Il dialetto nel Novecento come lingua della poesia

Storicamente, durante il Rinascimento vediamo il fiorentino iniziare ad essere considerato la lingua più rappresentativa della nostra penisola, per poi, nei secoli, diventare quella che di fatto è la nostra lingua nazionale.

Nonostante questo, benché mitigati dal progressivo utilizzo della lingua ufficiale, i dialetti hanno continuato a rappresentare le nostre tante e diverse realtà geografiche.

Notoriamente considerato come un linguaggio limitato, con un vocabolario povero, con forme e una grammatica scorrette e quindi ritenuto a lungo inferiore alla lingua nazionale, il dialetto, in realtà, ha rappresentato nella nostra tradizione una ricca fonte da cui spesso narratori e poeti hanno saputo efficacemente attingere.

poesia dialettale - libro

Per quanto riguarda la poesia del nostro Novecento, troviamo infatti molti poeti che, o per uscire dagli schemi della lingua ufficiale e potersi esprimere in modo più ampio e meno legato alle strutture linguistiche dell’italiano nazionale, o per dar espressione ad una determinata zona oppure per senso di appartenenza, riprendono il dialetto.

Il dialetto quindi come lingua della poesia, al quale spesso si ricorre per esprimere mondi che non potrebbero essere raccontati altrettanto efficacemente utilizzando l’italiano.
Una lingua “visivamente” ricca, con una grande valenza musicale ed armonica, che nel tempo va incontro a cambiamenti e che, a seconda dell’autore, si arricchisce anche di molti e interessanti linguaggi personali.

Per quanto riguarda i maggiori esponenti della poesia dialettale, da ricordare il volume Poesia dialettale del Novecento pubblicato per la prima volta nel 1952 e curato da Pier Paolo Pasolini, egli stesso autore di poesie dialettali (il suo esordio avvenne infatti nel 1942 proprio con Poesie a Casarsa, scritte in dialetto friuliano, poi raccolte nel volume La meglio gioventù) assieme a Mario Dell’Arco, pseudonimo dell’architetto Mario Fagiolo, anch’egli illustre esponente della poesia dialettale.

Un argomento, questo, che vede una netta ripresa alla fine del secolo, quando la poesia tende a voler includere nuovi elementi di realtà e di forme del parlato e di sganciarsi dalle forme più usuali della lingua italiana.
Altro studioso che ha riconosciuto e voluto indagare sulla poesia dialettale alla fine del secolo è stato Franco Brevini, che nel 1999 ha curato per Mondadori La poesia in dialetto. Storia e testi dalle origini al Novecento.

Oggi la poesia dialettale si ritrova spesso a fare i conti con dialetti che, nel tempo, vengono sempre meno utilizzati da chi abita un luogo, creando talvolta anche un fenomeno di ricerca linguistica che riporta come memoria scritta ciò che oggi si sta modificando o perdendo.

Tra i poeti dialettali che per lo più hanno operato nel Novecento, da ricordare tra gli altri il gradese Biagio Marin, il milanese Delio Tessa, il triestino Virgilio Giotti, il noto Trilussa, il veneziano Giacomo Noventa, l’anconetano Franco Scataglini, il genovese ma milanese di adozione Franco Loi, il veneto Andrea Zanzotto, Raffaello Baldini e Tonino Guerra (che oltre a poeta è stato un noto sceneggiatore cinematografico), questi ultimi entrambi originari di Sant’Arcangelo di Romagna.

Da non dimenticare, sempre di questo periodo, le opere poetiche, teatrali e musicali di importanti personaggi del Novecento quali Raffaele Viviani, Eduardo De Filippo e Antonio De Curtis, in arte Totò.

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