Storie che racchiudono un mondo: il valore della memoria.

Siamo a Cagliari in un anno imprecisato del primo novecento, dentro lo spettacolo “Oh che bel mestiere”, di Giuseppe Podda e Bruno Anedda della compagnia Gramsc Teatro, nel cartellone del Circuito Regionale Teatro Etnico e ci troviamo nel Centro Sociale di Samassi, comune nella provincia del capoluogo sardo, trascinati come spettatori in un universo sconosciuto, quello degli antichi mestieri: il lavoratore del sale, il lattoniere, il bottaio, l’intagliatore di mobili, la ricamatrice, la riparatrice di reti da pesca sono i maestri.
La storia parla di una città che ormai travalica le antiche mura e si protende lungo il porto, di fronte ai portici in stile umbertino. Siamo alle spartiacque di un’epoca, il passato permane ma il presente lo sopravanza e sulla scena della vita cittadina irrompono nuovi soggetti sociali: la classe operaia e le masse popolari. Nel 1906 scoppia una rivolta con i tram buttati a mare, affiora una nuova coscienza popolare e dietro agli aristocratici e ai borghesi arricchiti appaiono i ceti operai, i pescatori, gli artigiani, le sartine, gli eredi di quella società operaia, nata ancor prima della compiuta unità d’Italia, che ebbe come suo presidente Giuseppe Garibaldi e che raggruppava i lavoratori aperti all’idea repubblicana e pronti a battersi per la giustizia sociale. “Oh che bel mestiere” racchiude un mondo e crea relazioni fra attori e spettatori, stimola il pubblico ad acquisire nuovi saperi, a rielaborare all’interno del proprio sistema culturale i tratti fondamentali dell’identità etnica. Un teatro necessario quindi per osservare i comportamenti umani e le relazioni sociali ma soprattutto capace di cogliere il valore della memoria per comprendere il presente.

Carmen Giordano

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