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L’artista Roberta Filippi, un ricordo

Quando mi è giunta la notizia della scomparsa di Roberta Filippi sono rimasta pietrificata e incredula. È passato molto tempo da quando ho terminato il liceo ma la sua immagine, il suo volto, il suo profumo me lo ricordo come se l’avessi appena incontrata. Questo forse dimostra che il tempo non cancella un rapporto importante anche se le strade si separano. La Filippi è stata per noi la docente di Discipline Plastiche e Tecniche Artistiche ed era colei che ci ha insegnato ad usare l’acquarello, la foglia d’oro, il mosaico, la creta, le tempere. L’adolescenza non è stato un periodo facile ma andare a scuola quando lei faceva lezione era molto meno faticoso. Eravamo tutti innamorati del suo modo di essere perché era una donna tenace, forte e intensa. Ci trasmetteva un’immagine positiva e la possibilità di poter affrontare le sfide della vita anche e soprattutto in quanto donne. Si, donne, perché la Filippi non ha mai nascosto la sua estrema femminilità e sensualità, una caratteristica che le era propria e che non aveva paura di mostrare. Aveva una dolcezza e forza insieme impossibili da dimenticare. Il suo impegno come docente e attivista erano sempre presenti. Se alcuni artisti tendono ad isolarsi non è stato il caso della Filippi, lei infatti ha sempre cercato di creare una rete con gli altri e in particolare con gli studenti coinvolgendoli in tantissimi progetti. Si percepiva in lei una grande apertura alla vita e al rapporto tramite il linguaggio comune dell’arte in cui ognuno poteva esprimere se stesso, anche se a volte non era facile mettersi in gioco. Questa fiducia nelle possibilità degli degli altri credo abbia fatto bene a molti studenti che l’hanno incontrata e hanno condiviso con lei gli anni cruciali della formazione.

Noi eravamo sempre molto curiosi della sua persona, come lo sono ovviamente i ragazzi che cercano di capire la vita degli adulti mentre si stanno formando una propria identità, un proprio posto nel mondo. Ricordo in particolar modo quando mi raccontò del suo compagno di vita e vedevo con quanto amore ne parlava. Il suo ruolo tuttavia rimaneva sempre giustamente quello dell’insegnante. Metteva sempre la giusta distanza nel rapporto con gli alunni, una distanza forse necessaria quando si fa una professione così complessa e travolgente. Questa “distanza” però era solo formale perché riusciva a comprendere come stavano i suoi alunni, i suoi occhi chiari avevano il potere di leggerti dentro, era realmente presente.

“Cristalli Sognanti”, Roberta Filippi

Se penso a Roberta Filippi come pittrice – rileggendo anche le sue parole sulla concezione del ruolo dell’artista – ritengo che abbia sempre cercato di indagare qualsiasi aspetto del suo essere essere umano e dell’essere donna, e anche il mistero che ne deriva. Scriveva:

“se un artista parte dalla propria essenza, dalla propria anima, allora riesce a toccare anche l’essenza delle cose, è consapevole, nella sua visione, di essere unito all’anima del mondo. Quindi l’artista è individuale e universale allo stesso tempo. Si attraversano territori d’ombra, zone di buio profondo, di una luce nera, così come zone di radiosità: c’è differenza ma non c’è separazione tra buio e luce.”

Questo modo di concepire l’espressione artistica le ha permesso di mettersi in rapporto con l’arte altrui senza alcuna riserva e questo, credo, lo possono testimoniare molti giovani colleghi che si sono confrontati con lei. Tra le sue opere ricordo in particolare il Trittico dell’Eroe e Maestro d’amore, due opere della serie Verso Oriente in cui emerge l’influenza dell’arte giapponese che corrisponde alla ricerca di Filippi di legarsi alla cultura orientale che esplora l’intimo e il gioco amoroso come espressione della gioia di vivere. Il tutto coronato da un certo rigore tecnico e stilistico che conferiscono all’immagine un’eleganza e una vivacità che si sposano tra loro armonicamente. E infine ricordo l’opera Cristalli Sognanti, in cui al centro dell’immagine un uomo abbraccia una donna e sono immersi in un universo misterioso e lucente, contornato da occhi. Lo sguardo dello spettatore è attratto dall’amplesso ma gli occhi che li circondano guardano noi e, in questa comunicazione, in questo scambio reciproco, non possiamo che renderci conto di far parte della vita stessa.

G.P.

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